THAILANDIA - UNA VITA DA MAHOUT, l'uomo degli
elefanti
| La sveglia era alle
sei del mattino. Ci si metteva la divisa blu, fatta con un tessuto
di cotone grosso,
ruvido e resistente, e ci si incamminava verso la foresta circostante,
con in mano due o tre lunghe
canne da zucchero. Il mio mahout mi indicava la strada, ma non
era necessario, bastava avere un
po’ d’occhio e seguire le tracce: un elefante ne lascia
parecchie! Arrivati sul posto, dopo una mezz’ora
di cammino, iniziava la prima pulitura dell’animale, che
la sera prima avevamo legato a un albero
per costringerlo a restare a dormire fuori altrimenti, come tutti,
sarebbe rientrato subito al centro.
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Mentre lui faceva colazione sgranocchiando le prelibate canne
zuccherine, utilizzando la proboscide con una manualità
indescrivibile, noi gli toglievamo di dosso il grosso del fango
di
cui era ricoperto.
Poi in groppa, a passi lenti verso lo stagno dove avremmo finito
(assieme) la prima toletta. Infine di nuovo a casa, noi a fare
la
nostra di colazione, loro a prepararsi per una nuova giornata
di
lavoro. Sì, perché gli elefanti, come gli uomini,
lavorano, e in
Thailandia, per legge, vanno in pensione a 60 anni.
Per me era solo un’affascinate diversivo di qualche giorno,
ma
per loro e per i mahout la stessa routine va avanti per tutta
la
vita. |

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Ma
chi sono i mahout?
Un paio di mesi fa durante un mio viaggio in Laos e Thailandia,
decisi di spendere un po’ di soldi per dare una mano a un
centro
di conservazione per elefanti, nel nord della Thailandia,
a Lampang, il Thai Elephant Conservation Center (TECC).
Ne parlo perché è un tipo di esperienza più
costruttiva rispetto
all’andare a vedere gli animali allo zoo o a fare un qualche
semplice giro sull’elefante in uno dei tanti elephant camp
che
ci sono in Asia. Sia chiaro, vanno bene anche quelli: l’esperienza
sarà meno costruttiva, ma avrete contribuito comunque a
dare
un lavoro agli elefanti, cosa non secondaria.
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L’elefante asiatico, cosi come anche il suo fratello africano,
è uno
dei grandi mammiferi a forte rischio di estinzione.
Per molti secoli il Sud-Est asiatico ha rappresentato uno degli
habitat ideali per la vita e la proliferazione di questi straordinari
animali, tanto che un tempo il nome ufficiale dell’antico
regno
del Laos era “Terra di un milione di elefanti”. Oggi
di elefanti
selvatici in Laos ne sono rimaste poche centinaia.
In Thailandia le cose vanno solo leggermente meglio.
Ancora circa duemila animali vivono in libertà e altrettanti
si
trovano in cattività, più che altro negli “elephant
camp” per
turisti, diffusi soprattutto nella zona nord del paese. |

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| Non
sempre si tratta di luoghi ideali per la tutela degli animali,
anche se dare un’occupazione agli
elefanti è vitale per molti di loro. Il progresso, infatti,
ha sottratto a questi animali molte delle loro
mansioni, sostituiti dai trattori meccanici e dai carri armati,
e molti ex-proprietari di elefanti, data
la scarsità di impieghi per i loro animali, non essendo
più in grado di mantenerli, li abbandonavano o
li tenevano in uno stato di denutrizione.
Uno dei più attivi centri asiatici di conservazione della
specie, che si distingue dagli ordinari campi
attrazione per i turisti, è appunto il TECC. Nato alla
fine degli anni ’80, e cresciuto sino a oggi tanto
da arrivare a ospitare più di settanta elefanti, ha unito
le attrattive di un campo elefanti prettamente
turistico (con piccoli spettacoli e possibilità di entrare
in contatto con gli animali) con l’impegno di
un centro studi avanzato e strutture di recupero e assistenza
tanto che gli introiti del centro servono
soprattutto al finanziamento dell’ospedale specializzato
nella cura degli elefanti, il più grande
e efficiente della Thailandia e uno dei pochi dell’Asia,
che riceve animali da ogni parte del paese, e che
porta anche avanti pionieristici tentativi di inseminazione artificiale
per favorire la riproduzione dei
mammiferi.
Al centro arrivano anche elefanti sequestrati a ex-proprietari
che li maltrattavano o, come Sing
Khon, la “mia” elefantessa durante in giorni che ho
trascorso là, sottratti alla criminalità organizzata
che li utilizzava per il disboscamento illegale.
Tutto questo però non sarebbe possibile senza i mahout.
Il mahout (termine indiano che deriva dal
sanscrito) è l’addestratore degli elefanti, colui
che lo guida e se ne prende cura per tutta la vita.
Un lavoro duro, ma di fondamentale importanza per la sana sopravvivenza
degli elefanti in cattività
e per la loro rieducazione alla vita nella foresta. Il ragazzo
che aveva adottato il mio elefante, Berm,
aveva 39 anni e stava con Sing Khon da 10 anni, e dato che lei
di anni ne aveva 26, sarebbero arrivati
assieme alla pensione, mentre suo figlio si sarebbe occupato di
uno dei suoi due cuccioli.
Tutti i mahout vivevano in un villaggio all’interno del
centro in case di legno su palafitte, alcuni con gli
elefanti più vecchi o con piccoli a dormire fuori della
soglia di casa.
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